Lu Xun Complete Works/it/Yecao

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Erba selvaggia (野草)

Lu Xun (鲁迅, Lǔ Xùn, 1881–1936)

Traduzione dal cinese all'italiano.

Poemi in prosa, 1924-1926. Dalla traduzione di Lu Xun del romanzo La disfatta (毁灭) di A. Fadeev, e altri scritti.


Indice

  1. Epigrafe
  2. Notte d'autunno
  3. Congedo dall'ombra
  4. Il mendicante
  5. Il mio amore perduto
  6. Vendetta
  7. Vendetta (II)
  8. Speranza
  9. Neve
  10. L'aquilone
  11. Una bella storia
  12. La replica del cane
  13. Il buon inferno perduto
  14. Epitaffio
  15. Sull'argomentazione
  16. Fuoco morto
  17. Foglia pressata
  18. Il tremito della linea di decadenza
  19. Tra tenui macchie di sangue
  20. Un guerriero cosi
  21. Il saggio, lo stolto e lo schiavo
  22. Un risveglio
  23. Il passante
  24. Dopo la morte

Epigrafe

Quando taccio, mi sento pieno; nell'istante in cui apro bocca, sento il vuoto.

La vita del passato e morta. Di fronte a questa morte provo una grande gioia, perche grazie ad essa so che un tempo visse. La vita morta si e corrotta. Di fronte a questa corruzione provo una grande gioia, perche grazie ad essa so che non fu vuoto.

Il fango della vita giace gettato al suolo; non produce alberi alti, soltanto erba selvaggia: questa e colpa mia.

Erba selvaggia: le sue radici non sono profonde, i suoi fiori e le sue foglie non sono belli, eppure assorbe rugiada, assorbe acqua, assorbe il sangue e la carne dei morti da lungo tempo; ogni filo d'erba strappa la propria esistenza. Ma pur esistendo, sara calpestata, sara falciata, fino a morire e corrompersi.

Eppure sono sereno e contento. Ridero a crepapelle; cantero.

Amo la mia erba selvaggia, ma aborrisco il suolo che si adorna di erba selvaggia.

Il fuoco sotterraneo corre sotto terra, impetuoso; quando la lava erompera, brucera tutta l'erba selvaggia e anche gli alberi alti, e allora non restera nulla da corrompere.

Eppure sono sereno e contento. Ridero a crepapelle; cantero.

Il cielo e la terra serbano una quiete cosi solenne che non posso ridere a crepapelle ne cantare. Quand'anche il cielo e la terra non serbassero una quiete cosi solenne, forse neppure potrei. Con questo fascio d'erba selvaggia, sulla soglia tra luce e tenebre, vita e morte, passato e futuro, rendo testimonianza dinanzi ad amici e nemici, umani e bestie, chi ama e chi non ama.

Per me stesso, per amici e nemici, umani e bestie, chi ama e chi non ama, spero che la morte e la corruzione di quest'erba selvaggia giungano presto. Altrimenti, non avro mai vissuto, e questo sarebbe piu infelice ancora della morte e della corruzione.

Va' dunque, erba selvaggia, insieme alla mia epigrafe!

26 aprile 1927, annotato da Lu Xun nella Casa delle Nuvole Bianche, a Canton.


Notte d'autunno

Nel mio giardino sul retro si vedono oltre il muro due alberi: uno e un giuggiolo, e anche l'altro e un giuggiolo.

Il cielo notturno sopra di loro e strano e alto. In vita mia non ho mai visto un cielo notturno cosi strano e alto. Pare che voglia allontanarsi dal mondo umano, perche la gente non lo guardi piu. Ma ora e ancora piu blu, con un ammiccamento inquieto, con qualche decina di stelle sparse, estremamente fredde. Sorride dall'angolo della bocca; pare si ritenga piu profondo, e piove sulla mia fitta una leggera rugiada bianca.

Non so come si chiamino i fiori e le erbe sotto il giuggiolo. La gente dice semplicemente: "Erbe" -- e sono erbe semplicemente. Anche sulla loro rugiada c'e un gelo bianco. Ma non so se la notte abbia qualcosa d'altro, o se siano i fiori e le erbe a portare il gelo. Mi chino e odo un tenue respirare -- un sogno. Nei sogni, il cielo notturno e pieno di fiori, di api che volano e di farfalle che danzano.

Il cielo notturno e pieno di fiori, di api e di farfalle -- nei sogni delle erbe e dei fiori.

I giuggioli, pero, non sognano. Non hanno foglie, le hanno perse tutte in primavera; e anche in autunno, quando i datteri sono maturi, le foglie cadono una a una insieme ai frutti, e solo le spine e i rami secchi restano. Ma il giuggiolo non sogna: usa i suoi rami spogli per puntare contro il cielo strano e alto. Anche se gli ammiccano, e anche con un sorriso di commiserazione, rimane dritto, con le sue spine e i suoi rami secchi, e con i segni delle ferite lasciate dai raccoglitori di datteri.

Pero il cielo e ancora cosi stranamente alto. Le stelle ammiccano di nuovo; nessuno sa cosa pensino. Non c'e nuvola, e neanche luna. Le stelle ammiccano di nuovo.

Il giuggiolo sa gia che foglie e fiori di primavera torneranno; conosce anche il procedimento: dopo la caduta delle foglie d'autunno, la primavera tornera. Sa che il cielo notturno strano e alto diventa azzurro, che le stelle smorte finiranno per finire.

Pero il giuggiolo punta dritto verso quel cielo strano e alto, e verso la luna e le stelle che si vedranno in futuro.

Il grillo canta nel muro. Un topo corre sulle travi del tetto.

Una farfalla notturna, dal ventre grande e paffuto, si lancia all'improvviso e sbatte contro il vetro della lampada. Ne seguirono altre due o tre, una dopo l'altra, una dopo l'altra.

Appena il fiammifero si accende, una di esse cade, con un tonfo, in mezzo alla carta di bozzolo sottile come nebbia.

La notte avanza. Il mio cuore si rasserena come il cielo strano e alto. Il giorno non verra; il giorno non verra; io voglio che non venga. Ma alla fine la luce arrivera. La farfalla notturna cadra e morira col fiammifero.

Poi vedro il cielo azzurro, le stelle smorte e il giuggiolo.

Comincio a scrivere questo, il 15 settembre 1924.


Speranza

La mia anima e tanto desolata.

Tuttavia la mia anima si rasserena, perche sono abituato alla desolazione. L'anima si rasserena, percio si immalinconisce.

Per la mia gioventu passata porto il lutto, perche vi era coinvolta la gioventu del mio paese. Ma la mia gioventu e davvero svanita -- ma la gioventu della mia terra e davvero svanita? Il tempo e lunghissimo, e il mondo e lunghissimo.

Per la mia gioventu passata porto il lutto. Molti giovani che ebbi modo di vedere, molti giovani spiriti che ebbi modo di sentire, sono morti nella disperazione, oppure invecchiati in silenzio, oppure svaniti senza meta. E se i giovani hanno saputo far volare la farfalla nel cielo di ghiaccio, o far sbocciare l'orchidea nell'inferno -- le mille stelle splendenti nel buio non sono forse il mio sogno?

Ora non sento neppure la desolazione; la mia anima si rasserena, percio si immalinconisce.

Pero -- non avro toccato forse il fondo? Prendero questa anima malinconica e abbandonata per gettarla ai margini dell'oscurita.

Ma l'oscurita divora il mio tempo. So che fuori dall'oscurita ce n'e della luce, ma di preciso non saprei dirlo.

Esito a credere nella speranza, ma anche ad accettare la disperazione. Petofi (裴多菲) ha cantato che la speranza e una prostituta: A tutti dona il suo corpo, Tutto concede, Quando un cuore spezzato La implora: Regala baci e regala gioielli, Risate e lacrime; Domani non ci sara piu nulla, Come la gioventu, Come la bellezza.

Tuttavia questo grande poeta della speranza mori per la speranza: l'oscurita non poteva fermarlo.

Percio, poiche non riesco ad accettare ne la speranza ne la disperazione, resisto nell'oscurita -- sapendo che fuori dall'oscurita ce n'e della luce -- in una terra dove non vi e ne luce ne tenebre.

1 gennaio 1925.


Neve

Se la neve calda e compatta brucia in una regione meridionale, che e certo il suo aspetto piu bello, forse puo dirsi che possiede carattere; ma la neve nel nord e polvere fine sempre dispersa nel cielo, come sabbia, come nebbia, che vortica al vento della pianura. Sotto il cielo terso, come un lupo bianco risplendente, volteggia e sale; tutta la regione, tutta la contrada, tutta la neve, splende e scintilla. Quando soffia il vento del deserto, tutto e volatilizzato come fumo, polvere splendente che sale al cielo, e non fa piu neve.

Tuttavia la neve del sud e umida, e le sue belle forme sono quelle della gioventu e della salute: fiori di susino nel sangue, fiori di camelia, orchidee, erba e piante senza nome, farfalle e insetti che ronzano e volano...

I bambini arrossati dal freddo vengono a fare il pupazzo di neve col padre, ammucchiando la neve fino a farne un Buddha seduto, lucente e bianco. E un grande successo. Ma nessuno sa dargli gli occhi, il naso e le sopracciglia. Hanno un fazzoletto rosso di cotone, gli legano la sciarpa, gli mettono sopra una ciotola rotta come cappello.

L'occhio puo guardarlo, e nessuno gli guarda piu. Il giorno dopo, sulla superficie appare gia uno strato di gelo, e nel pomeriggio il sole lo scioglie; la neve nuova e quella vecchia congelata si coprono a vicenda, e il manto luccica. Le gocce sono ghiaccioli, con la neve solidificata tutto intorno; la bocca non puo aprirsi, e il fazzoletto rosso scompare sotto la neve fresca. In alto vede il cielo limpido; dall'interno sente se stesso sciogliersi. Alla luce dell'ultimo sole, forse ha un ultimo debole sorriso, su quella bocca piena di ghiaccio.

Ma la neve del nord, dopo la neve e il gelo, cade in polvere, rotea in aria; e sotto il giorno luminoso, in un turbine splendente, sale verso il cielo.

E polvere di pioggia che e morta, e spirito di pioggia che e gelata.

E la neve solitaria e la neve morta: e il turbine splendente nel deserto.

26 gennaio 1925.


Il passante

Tempo: forse una sera, o forse una mattina.

Luogo: non si sa dove.

Personaggi: un vecchio di circa settant'anni; una bambina di circa dieci; un passante di circa trenta-quarant'anni.


Il sole d'Oriente sta quasi tramontando. A un bivio c'e una piccola casa d'argilla, con un salice morto davanti alla porta. Un vecchio, chino sulla porta, sta seduto; una bambina sta seduta a terra a giocare con un pezzo di legno.

Il passante avanza da Oriente, lacero, con le scarpe rotte, i piedi insanguinati, la barba disordinata.

Il vecchio: (compassionevolmente) Che hai? Sembra che tu abbia camminato molto.

Il passante: (con un'espressione di gratitudine e quasi di terrore) Si, ho camminato molto. Mi permetta di chiederle: dov'e questo posto?

Il vecchio: Qui davanti? Qui davanti e la tomba.

Il passante: (come se non avesse sentito) No, dico: e da che parte vado di qui?

Il vecchio: Non lo so. Da quando son qui, non ho visto che gente che andava verso nord, o verso sud; che andavano di la non ne ho visti. Non so neppure come sono venuto qui.

Il passante comincia ad andarsene.

La bambina: (guardandolo) Aspetta! (Si toglie un pezzo di pane secco dalla tasca e glielo porge) Mangia un po'.

Il passante: (lo prende, esita) Grazie. (Si sente a disagio, lo guarda e poi alza lo sguardo sulla bambina)

Il vecchio: Riposa un po'. Non ti affrettare.

Il passante: (abbassando il capo) Ma devo andare... devo andare...

Il vecchio: (scuotendo il capo) Ah, avanti c'e soltanto la tomba; da te non c'e nulla.

Il passante: (mostrando un lieve fremito) Ma io... devo andare.

Si volta e riparte verso Ovest. La bambina lo guarda andar via, e rimane cosi ferma.

E quasi il tramonto. Il vento soffia.

2 marzo 1925.


Un guerriero cosi

Nel paese senza limiti di Wuyou (无有乡), io sono il re della terra desolata.

Se i miei sudditi mi portassero su uno scudo, dovrei scegliere: fra le armi del guerriero e la maschera del pagliaccio. Ma io non scegliero ne l'una ne l'altra.

Non avevo intenzione di raccogliere questa lancia pesante, ne questo scudo nero. L'ho trovati qui, in questo luogo desolato, e non avevo altro da fare.

In lontananza, sento il ruggito dei leoni nella foresta selvaggia, e la canzone di mezzanotte.

Esamino il mio scudo: su di esso non e dipinta nessuna carta della vittoria; non porta il simbolo di nessuna divinita; non e scolpito nessuno slogan, nessuna parola. Non c'e nulla.

Ma sono qui, nella desolazione. Alzo la mia lancia.

...

Lui se ne va, attraverso la terra desolata, sotto un cielo di tenebra infinita.

17 dicembre 1925.


Il saggio, lo stolto e lo schiavo

Lo schiavo piange. Si lamenta della durezza della propria vita: non mangia che feccia, un buco come alloggio, e percosse ogni giorno. E va dal saggio.

"Mio caro," gli dice il saggio, con gli occhi umidi. "Le tue sofferenze sono immense. Deve essere terribile..."

"Si, signore!" lo schiavo, incoraggiato, piange piu forte. "Non ne posso piu!"

"Certo che non ne puoi piu," dice il saggio, sospirando. "Vedrai, un giorno tutto cambiera..."

"Si? Davvero?" dice lo schiavo, asciugandosi le lacrime, tutto contento. "Davvero lei dice che un giorno...?" E se ne va pieno di speranza.

Ma non cambia nulla.

Allora va dallo stolto. "Signore, il mio alloggio -- guardi com'e!"

"Lo vedo," dice lo stolto.

"E' umido, e buio, e pieno di cimici, e puzza, e non c'e aria --"

"Non c'e aria? Allora rompiamo il muro e facciamo una finestra!"

E comincia a battere il muro.

"Che fate! Che fate!" grida il padrone, accorrendo.

"Vuole fare una finestra..." dice lo schiavo, tremante.

"Come si permette!" urla il padrone. E caccia via lo stolto.

"Grazie, padrone, grazie..." mormora lo schiavo.

In seguito, quando il saggio torna in visita, lo schiavo gli racconta orgoglioso della sua fedeltà e del come abbia difeso la proprietà del padrone.

Il saggio lo loda.

26 dicembre 1925.