Lu Xun Complete Works/zh-it/Baiguang
Language: ZH · EN · DE · FR · ES · IT · RU · AR · HI · JA · ZH-EN · ZH-DE · ZH-FR · ZH-ES · ZH-IT · ZH-RU · ZH-AR · ZH-HI · ZH-JA · ← Contents
The White Light (白光)
Lu Xun (鲁迅, Lǔ Xùn, 1881–1936)
| 中文(原文) | Italiano |
|---|---|
|
【白光】
【第十八篇 明之神魔小说(下)】
《封神传》一百回,今本不题撰人。梁章巨 《浪迹续谈》六 云:“林樾亭 案:名乔荫 先生尝与余谈,《封神传》一书是前明一名宿所撰,意欲与《西游记》、《水浒传》鼎立而三,因偶读《尚书·武成篇》‘唯尔有神尚克相予’语,衍成此传。其封神事则隐据《六韬》 《旧唐书》《礼仪志》引 《阴谋》 《太平御览》引 《史记·封禅书》、《唐书·礼仪志》各书,铺张俶诡,非尽无本也。”然名宿之名未言。日本藏明刻本,乃题许仲琳编 《内阁文库图书第二部汉书目录》 ,今未见其序,无以确定为何时作,但张无咎作《平妖传》序,已及《封神》,是殆成于隆庆万历间 十六世纪后半 矣。书之开篇诗有云“商、周演义古今传”,似志在于演史,而侈谈神怪,什九虚造,实不过假商、周之争,自写幻想,较《水浒》固失之架空,方《西游》又逊其雄肆,故迄今未有以鼎足视之者也。
《史记》《封禅书》云:“八神将,太公以来作之。”《六韬》《金匮》中亦间记太公神术;妲己为狐精,则见于唐李瀚《蒙求》注,是商、周神异之谈,由来旧矣。然“封神”亦明代巷语,见《真武传》,不必定本于《尚书》。《封神传》即始自受辛进香女娲宫,题诗黩神,神因命三妖惑纣以助周。第二至三十回则杂叙商纣暴虐,子牙隐显,西伯脱祸,武成反商,以成殷、周交战之局。此后多说战争,神佛错出,助周者为阐教即道释,助殷者为截教。截教不知所谓,钱静方 《小说丛考》上 以为《周书》《克殷篇》有云:“武王遂征四方,凡憝国九十有九国,馘魔亿有十万七千七百七十有九,俘人三亿万有二百三十。” 案:此文在《世俘篇》,钱偶误记 魔与人分别言之,作者遂由此生发为截教。然“摩罗”梵语,周代未翻,《世俘篇》之魔字又或作磨,当是误字,所未详也。其战各逞道术,互有死伤,而截教终败。于是以纣王自焚,周武入殷,子牙归国封神,武王分封列国终。封国以报功臣,封神以妥功鬼,而人神之死,则委之于劫数。其间时出佛名,偶说名教,混合三教,略如《西游》,然其根柢,则方士之见而已。在诸战事中,惟截教之通天教主设万仙阵,阐教群仙合破之,为最烈:
话说老子与元始冲入万仙阵内,将通天教主裹住。金灵圣母被三大士围在当中,……用玉如意招架三大士多时,不觉把顶上金冠落在尘埃,将头发散了。这圣母披发大战,正战之间,遇着燃灯道人,祭起定海珠打来,正中顶门。可怜!正是:
封神正位为星首,北阙香烟万载存。
燃灯将定海珠把金灵圣母打死。广成子祭起诛仙剑,赤精子祭起戮仙剑,道行天尊祭起陷仙剑,玉鼎真人祭起绝仙剑,数道黑气冲空,将万仙阵罩住。凡封神台上有名者,就如砍瓜切菜一般,俱遭杀戮。子牙祭起打神鞭,任意施为。万仙阵中,又被杨任用五火扇扇起烈火千丈,黑烟迷空。……哪吒现三首八臂往来冲突。……通天教主见万仙受此屠戮,心中大怒,急呼曰:“长耳定光仙快取六魂幡来!”定光仙因见接引道人白莲裹体,舍利现光;又见十二代弟子玄都门人俱有璎络金灯,光华罩体,知道他们出身清正,截教毕竟差讹。他将六魂幡收起,轻轻的走出万仙阵,径往芦蓬下隐匿。正是:
根深原是西方客,躲在芦蓬献宝幡。
话说通天教主……无心恋战,……欲要退后,又恐教下门人笑话,只得勉强相持。又被老子打了一拐,通天教主着了急,祭起紫电锤来打老子。老子笑曰:“此物怎能近我?”只见顶上现出玲珑宝塔;此锤焉能下来?……只见二十八宿星官已杀得看看殆尽;止邱引见势不好了,借土遁就走。被陆压看见,惟恐追不及,急纵至空中,将葫芦揭开,放出一道白光,上有一物飞出;陆压打一躬,命“宝贝转身”,可怜邱引,头已落地。……且说接引道人在万仙阵内将乾坤袋打开,尽收那三千红气之客。有缘往极乐之乡者,俱收入此袋内。準提同孔雀明王在阵中现二十四头,十八只手,执定璎络、伞盖、花贯、鱼肠、金弓、银戟、白钺、幡、幢,加持神杵、宝锉、银瓶等物,来战通天教主。通天教主看见準提,顿起三昧真火,大骂曰:“好泼道!焉敢欺吾太甚,又来搅吾此阵也!”纵奎牛冲来,仗剑直取,準提将七宝妙树架开。正是:
西方极乐无穷法,俱是莲花一化身。 第八十四回 |
Traduzione dal cinese all'italiano. La luce bianca
Sebbene una brezza fresca gli agitasse dolcemente i capelli brizzolati e corti, il sole del principio d'inverno lo riscaldava ancora con mitezza. Ma il sole pareva averlo stordito; il suo colorito si faceva sempre più grigio-cenere, e dai due occhi affaticati e arrossiti emanava un bagliore bizzarro. In realtà aveva smesso da un pezzo di vedere il testo affisso alla parete; vedeva solo molti cerchi neri che gli fluttuavano vagamente davanti agli occhi. Superare l'esame per xiucai, andare al capoluogo di provincia per gli esami imperiali, ottenere vittorie consecutive una dopo l'altra... I signori locali avrebbero cercato in mille modi di imparentarsi con lui, la gente lo avrebbe riverito come una divinità, pentendosi amaramente della passata insolenza e stoltezza... Avrebbe cacciato gli estranei che occupavano in affitto le sue fatiscenti dimore -- che dico cacciato, sarebbero andati via da soli --, le case sarebbero state rinnovate, all'ingresso ci sarebbero stati pennoni e targhe onorarie... Per essere puro e nobile avrebbe potuto fare il funzionario a Pechino, altrimenti valeva più cercare un incarico in provincia... Le prospettive che si era disposto con tanta cura crollarono allora come una torre di zucchero ammollita dall'umidità, in un istante, lasciando solo un mucchio di cocci. Ruotò inconsapevolmente il corpo che sentiva dissolversi e si incamminò smarrito verso casa. Appena giunto alla soglia della propria stanza, sette scolaretti spalancarono all'unisono le gole e si misero a recitare le lezioni con voce stridula. Egli trasalì: alle orecchie gli parve di udire il suono di una campana di pietra; vide sette testoline con i codini oscillare davanti ai suoi occhi, oscillare per tutta la stanza, e i cerchi neri ballarvi in mezzo. Si sedette. Essi gli presentarono i compiti della sera; sui volti tutti mostravano un'espressione di disprezzo per lui. "Andate a casa," disse dopo una breve esitazione, con voce desolata. Raccolsero alla rinfusa i fagotti dei libri e filarono via in un baleno. Chen Shicheng vedeva ancora molte testoline miste a cerchi neri danzargli davanti, talvolta disordinatamente, talvolta disponendosi in strane formazioni; ma andavano gradualmente diminuendo e sfumando. "Anche questa volta è finita!" Sobbalzò e balzò in piedi: le parole erano risuonate chiaramente all'orecchio, ma girandosi non vide nessuno; gli parve di udire di nuovo un ronzante colpo di campana di pietra, e la sua stessa bocca disse: "Anche questa volta è finita!" Alzò all'improvviso una mano e, piegando le dita, contò: undici, tredici volte, con quest'anno facevano sedici, e non un solo esaminatore che capisse la letteratura -- ciechi che non vedevano le perle, cosa pietosa -- e non poté trattenersi da una risatina soffocata. Ma poi si indignò, estrasse d'impulso da sotto il panno del fagotto dei libri i saggi copiati in bella e i componimenti d'esame, e li prese per uscire; ma appena giunto alla porta della stanza, vide che tutto brillava di luce, e persino un branco di galline lo stava deridendo: non poté impedire al cuore di battergli furiosamente e si ritirò dentro. Tornò a sedersi, con gli occhi che mandavano lampi particolari; vedeva molte cose, ma tutte confuse -- le prospettive crollate come una torre di zucchero giacevano davanti a lui, e quelle prospettive non facevano che allargarsi, sbarrandogli ogni via. Il fumo delle cucine degli altri si era estinto da tempo, le stoviglie erano già state lavate, eppure Chen Shicheng non aveva ancora preparato la cena. Gli estranei che alloggiavano lì conoscevano la vecchia regola: ogni anno d'esame distrettuale, alla vista di quegli occhi dopo la pubblicazione dei risultati, era meglio chiudere la porta prima possibile e non immischiarsi. Prima cessarono le voci umane, poi si spensero una dopo l'altra le luci; solo la luna, lentamente, comparve nel cielo della notte fredda. Il cielo era di un azzurro-verde come un mare, con qualche nuvola leggera che ondeggiava come se qualcuno avesse sciacquato un gessetto in un lavatoio per pennelli. La luna versava su Chen Shicheng onde di luce gelida; dapprima non era altro che uno specchio di ferro appena lucidato, ma quello specchio, misteriosamente, trapassò con la sua luce tutto il corpo di Chen Shicheng, proiettando su di lui l'ombra della luna di ferro. Egli vagava ancora nel cortile fuori dalla stanza, con gli occhi ormai abbastanza chiari, e tutt'intorno era silenzio. Ma quel silenzio fu improvvisamente e inspiegabilmente rotto, e al suo orecchio udì distintamente una voce bassa e precipitosa che diceva: "A sinistra, a destra..." Si drizzò, e mentre tendeva l'orecchio, la voce ripeté più forte: "A destra!" Se ne ricordò. Questo cortile, quando la famiglia non era ancora decaduta a quel modo, era il cortile dove ogni sera d'estate egli e la nonna prendevano il fresco. Allora aveva poco più di dieci anni, sdraiato su un lettino di bambù; la nonna sedeva accanto e gli raccontava storie interessanti. Diceva di aver sentito dalla propria nonna che gli antenati dei Chen (陈) erano stati immensamente ricchi, che quella casa era il terreno degli avi, dove gli antenati avevano seppellito una quantità innumerevole d'argento, e che i discendenti fortunati l'avrebbero certamente trovato, ma che fino a quel momento non era ancora apparso. Quanto al luogo, era celato dentro un indovinello: "A sinistra, a destra, avanti e indietro; oro e argento a misura, non a moggi." Su questo indovinello, Chen Shicheng anche in tempi normali aveva spesso riflettuto in segreto; purtroppo, ogni volta che credeva di aver trovato la soluzione, si accorgeva subito che non quadrava. Una volta era stato sicuro di sapere che il tesoro si trovava sotto la casa affittata alla famiglia Tang (唐), ma non aveva mai trovato il coraggio di andare a scavare; poi, dopo un po', gli era parso che non corrispondesse affatto. Quanto ai vecchi segni di scavo nella sua stessa stanza, quelli erano tutti gesti compiuti in preda allo smarrimento dopo gli insuccessi precedenti; quando li rivedeva, provava ancora vergogna e imbarazzo. Ma quella sera la luce di ferro avvolgeva Chen Shicheng e lo persuadeva dolcemente; se per un attimo esitava, quella luce gli forniva prove solenni, e in più lo incalzava con un'oscura pressione, costringendolo a rivolgere lo sguardo verso la propria stanza. La luce bianca, come un ventaglio tondo bianco, apparve oscillando nella sua stanza. "Alla fine è qui!" Disse, e come un leone si precipitò nella stanza; ma appena varcata la soglia, della luce bianca non vide più traccia: c'era solo una vecchia stanza vasta e desolata, con alcuni banchi da studio sdruciti, tutto immerso nella penombra. Rimase lì in piedi, deluso, e lentamente riaprì bene gli occhi; ma la luce bianca ricomparve chiaramente, questa volta più vasta, più candida del fuoco di zolfo, più eterea della nebbia mattutina, e proprio sotto un banco da studio accostato al muro orientale. Chen Shicheng corse come un leone dietro la porta, allungò la mano per afferrare la zappa, e urtò un'ombra nera. In qualche modo ebbe paura, accese nervosamente la lampada e vide che la zappa era semplicemente appoggiata lì. Spostò il tavolo, con la zappa scavò d'un fiato quattro grandi mattoni quadrati, si accovacciò a guardare: come al solito, sabbia fine di un bel giallo; rimboccò le maniche e spostò la sabbia, e apparve sotto la terra nera. Scavò con estrema cura, in silenzio, un colpo di zappa dopo l'altro; ma la notte fonda era troppo silenziosa, e il suono della punta di ferro che penetrava la terra rimbombava sordo e ostinato, senza voler passare inosservato. La buca era già profonda più di due piedi, senza che apparisse l'imboccatura di un'olla; Chen Shicheng si angustiava, quando un suono secco e netto gli fece vibrare il polso dolorosamente: la punta della zappa aveva urtato qualcosa di duro. Gettò subito la zappa e tastò nel buio: sotto c'era un grande mattone quadrato. Il cuore gli tremava violentemente; con la massima concentrazione estrasse il mattone, e sotto c'era la stessa terra nera di prima; scavò e smosse molta terra, e sotto sembrava non avere fine. Ma all'improvviso toccò di nuovo un piccolo oggetto duro, rotondo -- probabilmente una moneta di rame arrugginita; e c'erano anche alcuni frammenti di ceramica rotta. Il cuore di Chen Shicheng gli parve svuotarsi; grondava sudore, e raspava freneticamente. In quel mentre, il cuore gli sussultò nel vuoto e toccò un altro piccolo oggetto bizzarro, di forma vagamente simile a un ferro di cavallo, ma friabile al tatto. Con la massima concentrazione lo scavò fuori, lo prese delicatamente e lo esaminò alla luce della lampada: l'oggetto, chiazzato e scrostato, sembrava un osso marcio, con ancora una fila di denti incompleti e sconnessi. Aveva già intuito che doveva trattarsi di una mandibola, quando quella mandibola prese a muoversi tremando nella sua mano, e mostrò un sorriso, un'ombra sorridente, finché la udì aprire bocca e dire: "Anche questa volta è finita!" Un brivido gelido lo percorse; lasciò la presa, e la mandibola tornò leggera in fondo alla fossa. Poco dopo anche lui era fuggito nel cortile. Sbirciò dentro la stanza: la lampada splendeva con tale intensità, la mandibola ghignava con tanto scherno, in modo straordinariamente pauroso, che non osò più guardare in quella direzione. Si nascose in lontananza nell'ombra della gronda, e si sentì relativamente al sicuro; ma in quella sicurezza, all'improvviso udì di nuovo un sussurro furtivo all'orecchio: "Qui non c'è... vai in montagna..." Chen Shicheng gli parve di ricordare che anche di giorno, in strada, qualcuno avesse pronunciato parole simili. Non attese di udire il resto: aveva avuto un'illuminazione improvvisa. Alzò di scatto il viso verso il cielo. La luna si stava già nascondendo verso il Picco Occidentale; il Picco Occidentale (西高峰), a trentacinque li dalla città, gli si ergeva davanti agli occhi, nero come una tavoletta di giada cerimoniale, e tutt'intorno emanava una luce bianca vasta e scintillante. E quella luce bianca era già là, lontano, proprio davanti a lui. "Sì, in montagna!" Pensò con determinazione, e si lanciò fuori miseramente. Dopo qualche rumore di porte aperte, dall'interno non si udì più il minimo suono. La lampada formò una grande gemma sulla fiamma e illuminava la stanza vuota e la fossa; crepitò qualche volta e poi si rimpicciolì gradualmente fino a spegnersi: l'olio residuo era esaurito. "Aprite la porta della città!" Un grido atterrito e carico di grande speranza, flebile come un filo di seta, echeggiò tremante nell'alba davanti alla Porta Occidentale. Il giorno dopo, verso mezzogiorno, qualcuno scorse un cadavere galleggiante nel Lago delle Mille Correnti (万流湖), a quindici li dalla Porta Occidentale; la notizia si sparse rapidamente e alla fine giunse alle orecchie del capo della guardia locale, che mandò i contadini a ripescarlo. Era un cadavere maschile, di oltre cinquant'anni, "di media statura, viso bianco, senza barba", e privo di indumenti. Qualcuno disse che si trattava di Chen Shicheng. Ma i vicini non si presero la briga di andare a guardare, e nessun parente del defunto si presentò a reclamarlo; così, dopo l'ispezione del medico legale del distretto, il capo della guardia lo fece seppellire. Quanto alla causa di morte, non c'era ovviamente alcun dubbio: spogliare i cadaveri dei vestiti era cosa frequente, e non bastava per sospettare un omicidio; inoltre il perito confermò che si trattava di annegamento con la persona ancora in vita, perché sotto tutte e dieci le unghie erano conficcati residui di fango del fondo del lago.
|